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La Brexit vista dall’Economist

Sono passati nove burrascosi mesi dal referendum inglese che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europa, e ora il processo della Brexit entra nel vivo.

Theresa May , il 29 Marzo ha inviato una lettera al Consiglio Europeo, in cui fa appello all’articolo 50 del trattato, e sottolinea che il ritiro del suo paese dall’unione si è reso inevitabile. Per la metà della popolazione questo era un momento da festeggiare; per l’altra, compreso questo giornale, era una  giornata infausta. Il futuro, per ambedue le parti – e anche per l’Europa- ora è nelle mani della Sig.ra May.

I negoziati saranno sicuramente difficili. I tempi sono brevi, l’articolo 50 prevede un tempo massimo di 2 anni.  L’obiettivo dello svolgimento delle pratiche per svincolare l’Inghilterra dalla  membership al club è estremamente complesso, e nessuna delle due parti è ben preparata. In Gran Bretagna, dove l’uscita dall’unione appare, sempre più, un un’iniziativa basata sulla fiducia, agli elettori sono state presentate aspettative irrealistiche di un’Utopia futura. Il primo impatto con la realtà di perdere un accesso – preferenziale – ai principali mercati sarà traumatico. Se la Sig.ra May riesce a convincere i “Brexiteers” ad accettare delle concessioni, l’Ingliterra potrebbe uscirne senza danni per ambo le parti.

Andando in cerca di guai

I tempi sono ancora più stretti di quanto si pensi. Le parti potrebbero passare settimane a discutere sui procedimenti. L’UE vuole stabilire i termini del divorzio, sancito dall’articolo 50, riguardo ai diritti dei cittadini europei residenti in paesi stranieri e gli svariati miliardi di euro da pagare come conto di uscita, prima di lavorare sui futuri accordi commerciali; la May vuole negoziare, immediatamente, su tutto. Non si giungerà a nessun accordo prima delle elezioni tedesche di settembre.  Per ratificare l’accordo ci vorranno, almeno, 6 mesi. Tutto questo lascia poco più di 1 anno per i coloqui.

La priorità della May è di soddisfare la promessa della campagna pro brexit di riprendere il controllo mettendo fine alla libera circolazione dei cittadini EU in Gran Bretagna ed alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea(CGE). E’ consapevole che questo significa l’uscita dal mercato unico europeo. Ma questo sarebbe uno sbaglio. Anche se riprende il controllo dell’immigrazione, l’Inghilterra non sarà capace di fare tagli senza che venga danneggiata l’economia, cosa di cui i ministri si stanno, lentamente, rendendo  conto. Ed il governo si sbaglia nel credere che si possano tenere i benefici del mercato unico ritirando la sua membership senza pagare nessun costo.

E’ vero che che molti britannici hanno votato per la Brexit perché volevano dare tagli all’immigrazione e riprendersi la loro sovranità, ma non volevano certo impoverirsi, cosa che la “Hard Brexit” di Mrs May farebbe. Il suo governo è stato caratterizzato da inversioni ad U e la sua lettera di questa settimana è più morbida di alcune sue precedenti dichiarazioni. Anche se, alla mercè di “backbenchers Brexiteering” ed Eurosciettici, non è probabile che inverta, in questo momento,  la rotta.

Mrs May, non solo, fa scelte sbagliate, ma minimizza scomodi compromessi. Promettendo l’accesso, senza barriere, al mercato unico, frenando l’accesso ai migranti UE e  ponendo fine alla giurisdizione della Corte di Giustizia, continua a dire ai cittadini che possono avere la loro fetta di torta e mangiarsela. Anche se ammette che gli esportatori verso l’Europa Unita dovranno rispettare le regole del mercato europeo, sempre più insiste nel controllare l’immigrazione europea e nel sfuggire alla CGE, e sempre meno l’accesso al mercato unico sarà “berrier-free”. Questo non solo perché la libera circolazione dei popoli è una ”condicio sine qua non” dell’Europa Unita,  e non perché lo scambio di merci senza dazi sarà difficile da realizzare,  cosa su cui ambo le parti sarebbero prontamente in accordo. E’ a causa del fatto che i maggiori ostacoli, spazzati via dal mercato unico, non sono tariffe o controlli doganali, ma ostacoli non tariffarii quali norme, regolamenti ed aiuti statali. A meno che l’Inghilterra accetti questo – che implica  accettare un ruolo di arbitro del sistema della Corte di Giustizia – non può operare liberamente nel mercato unico, come anche le aziende americane  che operano in Europa.

Relegata in un angolo

L’illusione più pericolosa del primo ministro britannico è stata la sua rivendicazione che nessun affare è meglio di un cattivo affare. La sua lettera di questa settimana è stata un passo in dietro rispetto a questo concetto, ma solo un piccolo passo. Un ritorno ai commerci con l’Unione Europea solo in base Word Trade Organisation (WTO) potrebbe procurare seri danni all’economia britannica. Significherebbe che EU imponga tariffe ed un insieme di “non-tariff barriers” sulla metà dell’export Inglese. Nessuna grande nazione commercia con l’Europa solo in base alle condizioni del WTO. Un’aspra rottura renderebbe più difficile cooperare in campi quali la politica estera e la difesa. Ed inoltre aumenterebbe il rischio dell’uscita della Scozia dal Regno Unito.

La Sig.ra May non deve solo ammorbidire i toni, come ha fatto questa settimana, ma attenuare le aspettative. Invece di minacciare di destabilizzare i suoi partners europei con  una Singapore sul Tamigi priva di regole (qualcosa che nonostante gli appelli al libero scambio farebbe inorridire la maggior parte di chi ha votato la Brexit), o ventilando che il Regno Unito potrebbe cooperare meno nel campo della sicurezza, o sostenendo che l’UE ha più bisogno della Gran Bretagna che non viceversa, dovrebbe accettare che, in questi negoziati, è in una condizione di debolezza. Dovrebbe dimostrare maggior flessibilità sui pagamenti del bilancio, argomento sul quale, nella sua lettera dimostra di glissare.

Perché negoziare un accordo di libero scambio, certamente richiede più di 2  anni- nessun paese ne ha concluso uno in così breve tempo- e dovrebbe accettare un’altra conseguenza: saranno necessarie transazioni per evitare una “caduta a picco” nel marzo 2019. La sua lettera parla, con disinvoltura, di “tempi di attuazione”, ma non si rende conto della difficoltà di uscirne. Una corretta transazione, limitata nel tempo, potrebbe significare una prolungazione della libera circolazione delle persone e dell’accettazione del ruolo della corte di giustizia, un prezzo da pagare per ottenere una migliore uscita dall’unione.

I toni più morbidi della lettera, con un po’ di fortuna, potrebbero invogliare i suoi partners europei ad essere più accomodanti. Fin’ora hanno reagito  alle minacce di Londra parlando di conti di uscita ed insistendo che la Gran Bretagna finirà col trovarsi  in condizioni peggiori fuori dal club che al suo interno e approfondendo le modalità di cooperazione nella politica estera e della sicurezza. C’è una possibilità che gli accordi fra le parti possano minimizzare i danni della Brexit. Sfortunatamente, in una negoziazione in cui le parti iniziano da posizioni così distanti c’è anche il rischio che  i danni vengano ingigantiti.

Fonte: http://www.economist.com/news/leaders/21719793-time-be-honest-about-trade-offs-ahead-britains-brutal-encounter-reality

Aldo Ciana

Aldo Ciana

La noia uccide

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